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Pitture Zen: Illustrazioni della suprema legge della legge che non esiste legge
di Lennart Utterström
Oggi la pittura zen, perlomeno in Giappone, è considerata un genere vero e proprio, ma non è sempre stato così. In passato l’arte zen era vista con sufficienza, come un capriccio. Per fortuna l’idea semplicistica che queste pitture di monaci e studiosi zen non siano che divertimenti con inchiostro e carta è ormai improponibile. Oggi, e sempre di più anche nel mondo al di fuori del Giappone, l’arte zen è considerata un’importante espressione religiosa.
I dipinti, spesso raffiguranti oggetti iconografici come l’enso (o cerchio zen), Daruma (Bodhidharma o il patriarca), il tetsubo (bastone), il duo comico Kanzan e Jittoku, o la tama (la perla fiammeggiante), possono essere opera sia di monaci che di laici. Il denominatore comune era e rimane una profonda conoscenza del buddhismo zen, della sua struttura e delle sue conseguenze. Il fine ultimo è la comprensione di ciò che è importante o non importante nella vita.
In effetti lo zen punta dritto al cuore. La via della conoscenza, dell’intuizione, dell’illuminazione resta sempre una rivelazione istantanea o un’esperienza che porta alla comprensione di ciò che è importante. Questa sensazione di sorpresa può arrivare mentre si spacca la legna, nella pausa di un viaggio in autostrada, mentre si parla di vini, in sogno o quando si è colpiti da un ramo che cade da un cedro in un parco. Non ha niente a che vedere con un processo cognitivo o con la cultura accademica, ma piuttosto con una conoscenza intuitiva della realtà e allo stesso tempo, paradossalmente, dimenticando l’importanza di tutto ciò. Oppure, per dirla in modo zen, “La suprema legge della legge è che non esiste legge.”
In origine i dipinti e l’arte zen erano creati da monaci e laici per il popolo incolto, ed erano finalizzati a spiegare o chiarire in modo semplice concetti religiosi complessi. Nel contesto originario, il termine “arte zen” potrebbe essere improprio in quanto a quel tempo non si parlava di arte. Sin dai tempi più remoti, cioè più di 1000 anni fa, la pittura o le poesie zen erano metodi usati dai monaci zen per sottolineare un punto specifico in una discussione, o per offrire ai compagni e ai laici una visione più profonda di quello che è ancora considerato il fine ultimo del buddhismo (non solo zen): l’illuminazione.
Le espressioni dello zen (compresa quella che oggi consideriamo arte) non furono inizialmente prerogativa esclusiva dei templi e dei monasteri. Già nell’epoca Song (960-1279) in Cina, e poco più tardi, nella parte finale dell’epoca Kamakura (1185-1333) in Giappone, i laici furono fortemente coinvolti sia come produttori che come fruitori di espressioni zen come la pittura di soggetti zen o adottando la visione zen di temi più comuni come il bambù, la calligrafia, o gli alberi di pino. Sappiamo anche di monaci che lasciavano i templi e i monasteri per vagare nelle città o nelle zone rurali insegnando lo zen con dipinti su commissione.
Pur se ancora sopravvivono centinaia se non migliaia di questi antichi dipinti ispirati allo zen, e alcuni di essi sono veri capolavori dell’arte dell’inchiostro, gran parte delle pitture zen che oggi troviamo sono giapponesi, grosso modo dal periodo Edo (1610 -) fino ai nostri giorni. Ancor oggi vi sono monaci zen che fanno dipinti tradizionali zen in città come Kyoto e Kamakura, mentre visitando ad esempio Ryoanji o Enkakuji, potrebbe capitare di trovare un monaco che dipinge un enso o un Daruma su un foglio di carta non montato.
In questa mostra troviamo alcuni dei pittori o calligrafi più celebri, e non penso soltanto a Hakuin (1685-1769), forse il più grande in assoluto, non solo per quanto riguarda i soggetti zen; fu lui infatti, e questo è forse ancora più importante, a salvare lo zen rinnovando la setta di Rinzai. A proposito, le sette zen sono tre: Rinzai e Soto, entrambe classiche con radici nella Cina dei Song – e Obaku, giunta in Giappone solo intorno al 1650, portata da monaci zen cinesi che furono costretti ad abbandonare la Cina alla caduta dell’impero Ming, quando i Manchu presero il potere nel paese. I nuovi regnanti non favorirono il buddhismo e molti templi e monasteri furono chiusi o distrutti.
Troviamo anche dipinti e calligrafie di maestri celebri come Fugai (1568-1654), Torei (1721-1792), Nantenbo (1839-1925) e Deiryu (1895-1954), tutti importanti, per non dire fondamentali, nell’ambito della pittura zen. Vi sono poi alcune rare calligrafie dei maestri di Obaku, quei monaci cinesi che fuggirono in Giappone e a cui furono concessi terreni fuori da Kyoto affinché potessero ricostruire i loro templi distrutti nella provincia cinese di Fukien.
Ma non possiamo parlare solo di grandi nomi. Nel corso degli ultimi 400 anni di arte zen in Giappone ci sono stati, e ci sono ancora, buoni o ottimi espressionisti zen che non si sono mai fatti un nome come pittori. Uno dei motivi potrebbe essere che non erano interessati ad altra carriera che non fosse la conoscenza dello zen al fine di raggiungere l’illuminazione, oppure che dipingevano solo per la gente della loro congregazione.
Gran parte dei dipinti di questa mostra sono opera di pittori dimenticati o sconosciuti. Ciò che tutti hanno in comune è l’esperienza dello zen e una profonda conoscenza del suo mondo. Come sappiamo, essere famosi non è certo un segno di qualità di per sé. Quanti noti pittori, attori, poeti e politici abbiamo dimenticato? E quanti uomini e donne dimenticati sarebbero invece da ricordare?...
Torniamo alle radici della pittura zen: guardiamo i dipinti così come sono; senza inibizioni e mirati dritto al cuore, famosi o meno. Cosa importa e chi può giudicare?
Un’opera d’arte è valida anche se incontra un solo sguardo, un piccolo pezzo di cuore per far piacere, per sfidare o per dare soddisfazione. Ricordiamo, l’arte zen non è che un sussurro in una tempesta, tutto è nella mente dell’osservatore. E quell’osservatore siamo noi.





