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Apre a Milano il Fukagawa-Seiji Milano Studio, una galleria permanente dedicata alla più grande casa di creazione ceramica giapponese.
La porcellana Fukagawa, dove ancora respirano le atmosfere incantate d’Oriente
Lo sguardo dell’Imperatore Mutsuhito rimase senza parole davanti alle porcellane dei Fukagawa. Era il 1910, Epoca Meiji. Da quel momento la casa imperiale giapponese scelse di ornare le stanze dei suoi palazzi con i pezzi più belli nati dalle mani dei ceramisti della prefettura di Saga, città del Kyushu occidentale dove nel 1894 Fukagawa Chuji diede inizio a questa tradizione artigianale giunta intatta fino ad oggi. Anche se il monte Fuji era lontano dal Kyushu, scelse come simbolo delle sue ceramiche il profilo del Fujiyama e di un fiume, emblema della sua antica casata di samurai.
Ora a Milano, grazie all’Associazione Culturale Arte Giappone, è possibile capire perché tra tutte le case ceramiche giapponesi, quella dei Fukagawa sia la più famosa. A Brera è infatti nato il Fukagawa-Seiji Milano Studio, show room di 65 metri quadri che presenta l’esposizione permanente di 280 pezzi della collezione della Fukagawa-Seiji (Fukagawa Porcelains Manufacturing Company).
Lungo rapporto lega la Fukagawa Seiji all’Europa, fino dal 1900, quando all’Esposizione Universale di Parigi ai suoi artisti venne assegnata la medaglia d’oro. Sulla brochure e sul sito internet dell’industria di produzione della porcellana Fukagawa, una foto mostra un vaso sul prato del Castello Sforzesco di Milano, strana armonia che nasce dal contrasto tra le forme della ceramica giapponese e dei laterizi delle mura della fortezza. Come dice Kazuta Fukagawa, presidente della Fukagawa Seiji, a Brera per l’inaugurazione del nuovo spazio espositivo, Milano è il terreno ideale per interpretare lo stile della moderna porcellana Fukagawa: forte presenza della tradizione secolare dei ceramisti di Arita, soprattutto nei modelli e negli stili iconografici, altrettanto consistente presenza di riferimenti alla tradizione della porcellana occidentale, di quella francese in particolare, nelle forme e nelle superfici. Si ha quasi l’impressione, davanti ad uno dei tanti pezzi della collezione, che grafica e disegno tipicamente orientali si impiantino su forme della tradizione classica dell’arte ceramica d’Occidente, come brocche o tazze. Il risultato è di mirabile eleganza.
E’ un singolare accordo questo tra la creazione d’arte ceramica d’oriente e d’occidente. Fa pensare a quando dal Giappone ancora chiuso all’Ovest partivano mercantili carichi di ceramiche Imari destinate all’esportazione nelle terre del vecchio mondo. Ma fa pensare soprattutto a quando i maestri della ceramica europea imitavano forme e colori dei maestri orientali o quando, per assecondare i gusti dei clienti occidentali, i ceramisti giapponesi disegnavano icone e miti della cultura greco-latina, mirabile esempio di capacità di mutamento e di sperimentazione delle proprie capacità artistiche al variare del committente.
Ma il meglio della collezione è ancora nelle creazioni dove sia forme che modelli iconografici si rifanno alla tradizione propriamente giapponese se non direttamente a quella dei maestri cinesi. Ecco allora il disegno accordarsi e fondersi mirabilmente con la sagoma dei vasi, dei piatti, delle teiere, delle tazze. Ecco la linea che traccia il soggetto essere tutt’uno con la forma della plastica ceramica, le figure vivere e respirare negli spazi della porcellana. Che siano donne flessuose e fragili, visi di un ormai perduto Oriente mistico e sconosciuto, scimmie o draghi, alberi o piante, tutti partecipano al mondo sospeso che vive in questi smalti.
Sopra tutti i colori spicca il famoso blu – il blu Fukagawa- che si scioglie nell’orizzonte, dipingendo con realismo spirituale la nebbiolina autunnale o la foschia della prima primavera con i fiori di sakura, i ciliegi fioriti, in un’esplosione di bianco che diventa liquido vivo che trabocca dal vaso. La neve del Fujiyama si scontorna nell’atmosfera mentre l’occhio si avvicina sempre più ad un pino e, in primo piano, ad un ventaglio. Quanto spazio sulla superficie di un piccolo piatto.
Il blu Fukagawa, della cui misteriosa fattura il maestro Kazuta e pochi altri artisti della sua schiera sono i custodi, è inimitabile. E’ l’unica cosa che neanche i maestri cinesi – come dice lo stesso presidente della Fukagawa Seiji- potrebbero mai riuscire a riprodurre.
Ma un segreto Kazuta Fukagawa lo rivela, un segreto che ha il sapore antico e che nel Giappone ipermoderno di oggi si è quasi completamente perso, ucciso dalla velocità e dal cemento. Un segreto racchiuso nella formula mono no aware che se fosse traducibile dalla sensibilità occidentale si potrebbe rendere con “sentimento delle cose”. E un altro segreto, con cui si chiude la conversazione con Kazuta: “silenzio” dice in italiano, e pronuncia questa parola piano, piano come la più grande delle verità del suo lavoro. Perché la sua ceramica nasce in silenzio, a parlare sono solo gli sguardi delle sue figure, il vento che muove le foglie dipinte sui suoi piatti. Nella distrazione dei mille rumori odierni è sempre più difficile sentire il silenzio. È sempre più difficile creare ceramica.





